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XXMIGLIA BORDER

Erano i primi giorni d’estate del 2015 quando la Francia chiuse le porte ai migranti arrivati fino ai Balzi Rossi, la scogliera a pochi passi dalla frontiera di Ponte San Ludovico.

Da allora Ventimiglia è diventata una tappa fissa nel viaggio intrapreso da migliaia di migranti.

Una volta arrivati alla stazione dell’ultima cittadina prima del confine trovano ospitalità in realtà come il campo allestito dai volontari della Caritas negli spazi della Chiesa di Sant’Antonio oppure si sistemano, tirando fuori alcuni teli dalla propria valigia, quando ce l’hanno, sulla riva del fiume Roia.

E poi aspettano, pianificano, si organizzano: nessuno ha intenzione di fermarsi per molto tempo, l’obiettivo comune è fuggire ai controlli delle autorità francesi e continuare il proprio viaggio.

Quando viene sera alcuni migranti s’incamminano sulla strada che porta ai sentieri di montagna, altri li vedi tornare presto sui loro passi dopo aver incontrato qualche pattuglia sui binari della ferrovia o perché avvistati e bloccati lungo l’autostrada dove si erano avventurati.

Ma è solo questione di tempo, i migranti che passano per Ventimiglia sono in prevalenza sudanesi in fuga da un paese in guerra sopravvissuti alla traversata del Sahara e del Mediterraneo. Non sono stati fermati da guerra, deserto e mare, risulta davvero ingenuo pensare che li fermerà un confine invisibile, mal controllato che è stato ristabilito in fretta e furia.

Come raccontano i volontari che si occupano dei loro bisogni nessun migrante è rimasto da loro per più di qualche settimana, “una sera sono qui, la mattina dopo non ci sono più e qualche tempo dopo, magari, qualcuno ci manda un messaggio da Parigi o da Calais o dall’Inghilterra e così sappiamo che ce l’hanno fatta… è così, che ci vuoi fare?”.